lunedì 11 ottobre 2010

Dismissione di Pace

Roma - Ancora morti italiani. Altri quattro morti per una missione, quella in Afghanistan, che è divenuta una trappola. Una trappola che, per il governo italiano, non sembra prevedere nessuna via d’uscita.
Così ieri quattro militari italiani sono morti e due sono rimasti feriti nella zona di Farah, in Afghanistan. I militari, che erano tutti alpini, sono stati vittime di un’imboscata alle 9.45 ora locale (le 7.15 in Italia) al ritorno da una missione, mentre si trovavano nella valle del Gulistan, nella provincia di Farah. Il mezzo su cui viaggiavano è stato prima colpito da un ordigno e poi attaccato con colpi di arma da fuoco.
Uno dei militari feriti, ha detto il generale Massimo Fogari, capo ufficio stampa del ministero della Difesa ai microfoni di Sky Tg24, è stato soccorso e trasportato con un elicottero nella base di Delaram, il luogo più vicino a quello dell’attentato. Erano tutti in forza al settimo reggimento alpini di stanza a Belluno, inquadrato nella brigata Julia, i cinque militari coinvolti nell’attentato. Nello scoppio, spiega una nota del Regional Command West di Isaf, hanno perso la vita il primo caporal maggiore Gianmarco Manca (nato ad Alghero il 24 settembre 1978), il primo caporal maggiore Francesco Vannozzi (nato a Pisa il 27 marzo 1984), il primo caporal maggiore Sebastiano Ville (nato a Lentini, provincia di Siracusa, il 17 settembre 1983) e il caporal maggiore Marco Pedone (nato a Gagliano del Capo, in provincia di Lecce, il 14 aprile 1987). Il militare ferito che si trovava a bordo dello stesso mezzo colpito è il caporal maggiore scelto Luca Cornacchia (nato a Pescina, in provincia dell’Aquila, il 18 marzo 1979), che, conclude la nota, è cosciente, ha riportato ferite a un piede e traumi da esplosione ma non è in pericolo di vita. Attualmente si trova ricoverato presso l’ospedale da campo statunitense di Delaram, da dove ha raggiunto telefonicamente la moglie per aggiornarla sulle proprie condizioni. “Mi sono rotto di stare qui in Aghanistan, non si capisce nulla”: questo l’ultimo messaggio, datato 3 ottobre, scritto su Facebook da Luca Cornacchia. Un sesto alpino è rimasto coinvolto nell’imboscata mentre si trovava a bordo di un automezzo che seguiva quello saltato in aria: Michele Miccoli, 28 anni, nato ad Aradeo e residente a Belluno, ha riportato solo lievi escoriazioni a una gamba.
I quattro militari uccisi si trovavano a bordo di un veicolo blindato che faceva parte del dispositivo di scorta a un convoglio di 70 camion civili che rientravano verso ovest dopo aver trasportato materiali per l’allestimento della base operativa avanzata di Gulistan, denominata “Ice”.
Dopo l’esplosione che ha coinvolto il mezzo italiano un gruppo di talebani ha attaccato la colonna con armi da fuoco. Gli italiani hanno risposto e li hanno messi in fuga. Secondo le prime ricostruzioni è stato uno “ied”, ordigno esplosivo improvvisato ma potentissimo, quello che ha investito in pieno un blindato “lince”, che questa volta - a differenza di molte altre - non ha retto all’urto. Il mezzo, sul quale viaggiavano tutti e quattro i militari uccisi e un ferito, è andato distrutto. Il distretto di Gulistan, a circa 200 chilometri a est di Farah, al confine con l’Helmand è uno dei tre distretti di cui solo di recente è stata affidata la responsabilità ai militari italiani.
Con le quattro vittime di ieri, sale a 34 il numero dei militari italiani morti in Afghanistan 1 dall’inizio della missione Isaf, nel 2004. Di questi, la maggioranza è rimasta vittima di attentati e scontri a fuoco, altri invece sono morti in incidenti, alcuni anche per malore e uno si è suicidato. Già dodici le vittime in questo 2010.
Furono nove nel 2009. Gli ultimi due sono stati gli anni più cruenti per gli italiani.
Intanto gli Usa ringraziano. «Questi soldati - ha detto il generale David H. Petraeus il comandante della missione Isaf in Afghanistan - hanno servito come parte del coraggioso contingente italiano che guida i nostri sforzi nel Comando regionale ovest. Il loro operato coraggioso e altruistico non sarà dimenticato, in un momento in cui abbiamo deciso di sconfiggere quella insorgenza che toglie al popolo afgano sicurezza e stabilità e che vorrebbe fare di questo Paese ancora una volta un rifugio sicuro per i terroristi».
Sara Volandri
in data:11/10/2010

Liberazione.it

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