venerdì 17 settembre 2010

«Morire di "università" quasi non fa notizia

Constato con sconforto e sdegno che la notizia della morte di un giovane dottorando palermitano non ha suscitato nella stampa nazionale l'interesse che avrebbe dovuto se vivessimo ancora in un paese civile. La morte è un fatto naturale. Certo. E non fa rumore. Verissimo. Che poi si muoia giovani, in fondo non è la tragedia peggiore: caro agli dei è chi muore nel fiore degli anni. Ma il giovane in questione, Normann Zarcone, dottorando di filosofia nell'Università di Palermo, non muore in un incidente stradale dopo una notte brava, né di overdose e neppure di leucemia o di qualche altra malattia insanabile. La sua tragedia non è individuale, e qui sta il punto, ma è come lo specchio che riflette l'inevitabile catastrofe verso la quale procede un'intera generazione, la mia. Spiegate le ali! Spiccate il volo! Esortazioni che i giovani si sentono ripetere da secoli. La metafora però nei nostri tempi non vale più, e se la prendi alla lettera fai la fine di Normann: voli sì, ma dal settimo piano di una facoltà che non può garantirti alcun futuro. E ti schianti al suolo, sull'asfalto di un viale, che in questo caso per beffa doveva proprio chiamarsi "delle Scienze". Ma le scienze in Italia servono ormai ad accogliere solo corpi in caduta libera? Per molti dottorandi il futuro è come un abisso. Si sa che alla vertigine si risponde o con l'istinto di allontanarsi dal vuoto o saltandoci dentro. Le alternative non sono poi tante. L'abisso c'è e l'istinto di sopravvivenza non salva tutti. Normann deve avere letto i quotidiani degli ultimi giorni: precari della scuola in sciopero della fame, ai quali un algido ministro risponde a monosillabi, i ricercatori di tutta Italia sul piede di guerra, le università paralizzate. Certo, un lavoretto lo si trova pure da qualche parte, e se magari Normann si fosse limitato a fare la scuola alberghiera o un istituto professionale invece di passare giornate intere curvo sui libri, in questo momento un lavoro da qualche parte lo si sarebbe trovato pure più facilmente. Ma è così facile per un filosofo, per un letterato, per uno scienziato improvvisarsi dall'oggi al domani falegname, meccanico, agricoltore, scaricatore di porto? Chi lo vuole uno scienziato, un letterato o un filosofo in un mestiere che richiede ben altre competenze? Dannata la smania di studiare! Dannate le scienze! Uno che perde il suo tempo dietro questioni di spirito che può sperare? Generazione perduta di fannulloni. Per giunta affascinati dal pensiero. Bisognerebbe essere tutti imprenditori, puttanieri, palestrati, tronisti, veline o escort. Bisognerebbe essere tutti ignoranti, superficiali, vuoti come campane. I soldi, quelli, non mancherebbero e al futuro non si guarderebbe sgomenti. Se Normann si fosse lanciato dal terrazzo di casa sua, il suo messaggio non sarebbe arrivato a nessuno. Ma spiccando il volo dalla Facoltà di Lettere qualcosa ha voluto dire. Lo lasciamo ancora in silenzio?

Nadia Centorbi
dottoranda, Università di Palermo

"Lo dico alla Sicilia" (la Sicilia del 17/09/2010)

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